VENEZUELA
08 Agosto 2003
Siamo partiti alle 10.00 da Malpensa con volo Alitalia. Anche quest'anno il papà di Marco ci ha scarrozzato in giro per i boschi per portarci all'aeroporto, ma stavolta abbiamo capito che in realtà stava investigando alcuni percorsi per le sue passeggiate. Sull'aereo abbiamo letto il libro di Luttazzi che ci ha garantito la usuale quantità di risate moleste e abbiamo anche visto Daredevil. Ci siamo esaltati... pensavamo di essere dei supereroi e di dover salvare tutti gli altri passeggeri dal pilota che lanciava a tradimento le stellette Ninja. Stavolta non ho proposto a Marco di fare robba, ma solo per non esporre me stessa a nuova e peggiore umiliazione.
Arrivati a Caracas abbiamo avuto il primo impatto con la civiltà Venezuelana: l'aeroporto era talmente brutto che assomigliava a una stazione della metrò di New York ma quelle dei quartieri degradati. I bagagli hanno impiegato 40 minuti a uscire dalla botola, e nonostante fossero piuttosto miseri (18 kg in due) abbiamo seriamente temuto il peggio. Vedevamo già venezuelani che sfilavano con le mie mutande.
Dopo un'ora sono arrivati Simone e la Paloma, d'ora in avanti descritti come Cinquinis e ci siamo avviati nel rutilante centro di Caracas con un simpatico signore chiamato Pedro. Abbiamo impiegato circa un'ora e mezzo. Nemmeno sulla tangenziale ovest alle otto e mezzo del mattino ho trovato un casino simile. La periferia di Caracas è immensa e poverissima: essendo la città costruita all'interno di una valle parallela al mare, le periferie si sono espanse sui versanti delle montagne, talvolta così ripidi che le case, costruite con mattoni crudi, crollano giù lasciando a imperitura memoria una striscia di macerie. Il centro di Caracas è invece relativamente moderno. Il nostro albergo è leggermente kitsch ma divertente e a posto. Ha venti piani e all'interno una sorta di cortile con il ristorante e - udite - gli ascensori esterni con accelerazione 3 G. Chiaramente noi abbiamo cominciato ad andare su e giù per provare l'ebbrezza.
09 Agosto 2003
Oggi abbiamo esplorato l'affascinante Caracas. Abbiamo iniziato dal centro storico, la Plaza Bolìvar. Tutto il Venezuela si chiama Bolìvar: aeroporto Bolìvar, Plaza, Avenida, Calle Bolìvar, Hotel Bolìvar, Restaurante Bolìvar etc etc etc. In quanto a popolarità Bolìvar è secondo solo a Gesù Cristo, però peccato che il povero Simòn si sia fatto un mazzo tanto tutta la vita per liberare praticamente tutto il Sudamerica (Ecuador, Colombia, Venezuela e Bolivia) per morire povero e solo di tubercolosi a 47 anni. Successivamente è stato rivalutato, ma al defunto Simòn ormai probabilmente non poteva fregare di meno (tutta questa venerazione probabilmente è anche frutto dei sensi di colpa Venezuelani).
Nella Plaza Bolivar sopravvivono alcuni pezzi interessanti di architettura coloniale, tra cui il Consejo Municipàl (municipio), con il graziosissimo Museo Caracas, che contiene pezzi d'arte e notizie sulla storia della città. Chiaramente Simòn Bolìvar è onnipresente in quadri busti sculture e libri. L'omino che ci ha fatto da guida era veramente preparato.
Altri posti carini sono la Casa Amarilla (lett casa gialla), che però non è un museo e non ci si può entrare, il Capitolio Nacional che è la sede del governo federale, la Iglesia di Santa Capilla (più neogotica) e l'Iglesia de San Francisco. Tutte le iglesie però sono tenute piuttosto male.
Le strade sono piene di bancarelle che vendono di tutto. L'autorizzazione è governativa, ma alla gente tutto questo non piace, perché crea caos e traffico. Siamo per sbaglio sbucati in una piazza che pensavamo fosse bella: la Plaza Caracas, in realtà sembra l'EUR ma invaso da bancarelle venditori gente panni stesi... siamo fuggiti a gambe levate
Dal centro storico abbiamo preso la metropolitana (bella... ha anche l'aria condizionata!) e siamo migrati al Parque Nacional, che in realtà non è per niente un parco ma un'area costruita, un po' come un grande centro direzionale. Si trovano due torri (Este e Oeste) che dovevano essere l'orgoglio della città ma in realtà sono un po' sgarrupate. Abbiamo visitato il Museo de Los Niños che è carino, somiglia a un museo della scienza e della tecnica ma anche questo è abbastanza tenuto male, ed è un peccato perché è veramente grazioso.
Caracas - e tutto il Venezuela in generale - ha conosciuto un periodo di fortissima espansione negli anni 50 a seguito della scoperta del petrolio nelle zone attorno a Maracaibo (nord ovest). In questo periodo hanno abbattuto molte delle costruzioni coloniali e hanno dato via ad ambiziosi progetti come l'autostrada, le torri, grattacieli palazzi etc. Inoltre milioni di persone sono arrivate a Caracas sperando di fare fortuna potrtando la popolazione da 400.000 a 5 milioni di abitanti. Solo che dopo una trentina d'anni, a seguito di malgoverno e crisi petrolifera, il paese è entrato in un periodo molto difficile in cui si trova tuttora. Molti progetti sono stati abbandonati, si vedono addirittura palazzoni lasciati a metà con le anime di ferro ancora visibili, i musei e le opere sono lasciate andare, e per la gente non è stato un periodo felice: Caracas è una delle città più pericolose del Sudamerica. Il malgoverno non aiuta, infatti il Presidente Chavez, antiamericano filocastrista e filosaddamhusseinista è amato dalla popolazione quasi come le tarantole velenose.
In ogni caso la gente qui non si può dire che non sia capace di arrangiarsi...