PANAMA 2006/2007
Quest’anno Natale è venuto il 23 dicembre.
Il 23 siamo stati a pranzo dai Tassi a Crema, a cena dai Gagnatelli a Milano e il 24 di prima mattina siamo partiti sull’asse Milano Malpensa – Miami International–Panama Tocumen.
Passare la notte di natale in un motel americano low price fa un po’ “Natural Born Killers” e il cenone di hamburger non è stato certo il massimo ma il giorno dopo a Panama City è iniziato un viaggio meraviglioso.
Per questa volta eviterò il classico racconto giorno per giorno e proverò un esercizio in stile “flusso di coscienza” scritto quasi di getto (a me scrivere diverte).
Parte Prima: Panama City
Panama City è una città unica al mondo: a Panama City convivono città e natura, non serve nemmeno farsi una trentina di chilometri per andare a vedersi il Parque Nacional Metropolitano, basta salire al Cerro Ancon (dove il Bed&Breakfast “La Estancia” vale da solo mezzo viaggio) per fare colazione in terrazza tra colibrì, scimmie, piccoli tapiri, fringuelli di tutti i colori e – magari meno bellini ma comunque interessanti – gli avvoltoi. Per vedere i bradipi invece bisogna infilarsi in un taxi (la maggior parte dei quali scassati), farsi un dieci minuti verso la Calzada de Amador e arrivare allo Smithsonian Institute di Punta Celebra (ma ne parlerò tra poco).
A Panama City convivono anche l’architettura coloniale del Casco Viejo e delle rovine di Panama Vieja, qualche chilometro a nord della città attuale e una skyline che in Europa io ho visto forse solo a Frankfurt, fate conto che a Panama City nel prossimo anno è prevista la costruzione di una ventina di nuovi grattacieli, molti dei quali oltre i cento piani (alla faccia della cittadella della moda e della creatività che a Milano è in progetto da almeno un decennio).
A Panama City infine convivono turismo – anche se purtroppo prevalentemente da pensionati americani stile Miami visto che se sei un pensionato americano lo stato di Panama ti copre buona parte del biglietto aereo - e business da zona franca, da banche, da immobiliari (vedi sopra la questione grattacieli) e last but not least dall’arcinoto canale.
Tre posti da non perdere se siete a Panama City.
1.
Il Casco Viejo
Innanzitutto non confondete il Casco Viejo con Panama Vieja. Queste ultime sono le rovine del primo insediamento spagnolo nella zona, si trovano a circa 4 km dal centro in direzione dell’aerporto di Tocumen anche se ormai lo sviluppo di Panama le sta reintegrando nella città.
Panama Vieja era stata fondata dai conquistadores spagnoli nel 1500 ed era il centro di raccolta dell’oro che arrivava dalle miniere in Perù fino a questo avamposto sul Pacifico, da li attraversava poi la dorsale centroamericana aprendosi piste nella giungla a dorso di mulo o anche a dorso di persona e infatti quel sentiero si chiamava Sendero de la Cruz, cioè “via crucis”. In questo modo i lingotti arrivavano a Colon (Cristobal Colon = Cristoforo Colombo in spagnolo, nda) sul mar dei Carabi e da li si ibarcavano per l’Europa.
Gli spagnoli avevano pensato bene di insediarsi in quell’angoletto perché quel promontorio era tutto circondato da pantani e fondali bassissimi e si riteneva che ciò rendesse la città praticamente inespugnabile dal mare. Infatti verso la fine del ‘600 Panama Vieja è stata rasa al suolo dal pirata Henry Morgan che ovviamente non è andato ad incagliarsi nei bassi fondali ma ha preferito risalire tranquillamente un fiume che sfociava li vicino – il Rio Chagras – per poi prendere allegramente la città alle spalle. Di Panama Vieja non resta praticamente più nulla perché, cosa comune a molte storie panamensi, alla fine non si capisce bene se se la sia incendiata Morgan o se lo abbiano fatto gli abitanti stessi pur di non lasciare regali al vecchio pirata.
Veniamo invece ora al vero Casco Viejo che è il posto dove gli spagnoli hanno pensato di ricostruire Panama City dopo che il caro Morgan se ne era andato con le saccocce piene a cercare rogne da altre parti…
Siccome errare è umano ma perseverare è da pirla questa volta gli spagnoli non fecero mancare nulla: scelsero un altro bel posto che quando c’è bassa marea ti tira fuori qualche chilometro di basso fondale e pantani fangosi ma in sovrappiù costruirono pure delle belle fortificazioni attorno alla città. Ovviamente da quel momento la Panama spagnola divenne inespugnabile ma dove non potè la forza militare ci arrivarono prima il cuore e poi i soldi. All’inizio del ‘900 la Ciudad de Panamà spagnola la espugnarono gli stessi panamensi che – grazie a un aiuto americano leggerissimamente interessato di cui parleremo dopo quando visiteremo il canale - hanno ottenuto prima l’annessione alla Colombia e poi la vera e propria indipendenza.
Poi nei primi anni del XX secolo i panamegni sono stati di fatto espugnati a loro volta dai francesi che per il fatto di aver aperto il canale di Suez in Africa si sono erano convinti di potercela fare anche nella giungla di Panama. Grazie a loro oggi la maggior parte di Panama Vieja è in stile coloniale francese, molto bello ed elegante.
La parte nuova di Panama City invece è un’addizione di tipiche zone popolari da città latinoamericana più centri commerciali, duty free shops, grattacieli residenziali e business center da metropoli americana. Infatti dopo i francesi che stremati dalla febbre gialla quel canale non riuscivano proprio a finirlo sono arrivati gli “americani”, quelli con due emme che possono tutto, hanno sistemato il canale se si sono pure pigliati il pezzo migliore del paese tutto per loro. Ma questa è un’altra storia e magari vi racconto qualcosa quando parleremo del canale.
Insomma, Panama Vieja testimonia che in questo simpatico piccolo paese di meno di poco più di tre milioni di abitanti a cavallo tra Mar dei Caraibi e Oceano Pacifico ci sono da sempre state genti che vanno e genti che vengono, ognuno se ne è preso il pezzo che più gli andava a genio ma tutto sommato i panamegni sono diventati una nazione niente affatto sprovveduta ed ora alla fine ne stanno godendo i benefici.
Nel Casco Viejo personalmente vi consiglio una rapida visitina al porto vecchio (occhio che non è proprio frequentato da dandy in giacca e cravatta), da li una breve passeggiatina alla vicina Avenida Alfaro dove passare davanti al palazzo del Presidente pedinati da militari che pretendono di fare finta di niente ti fa sentire un po’ in un libro degli anni cinquanta tipo “Il nostro agente all’Avana”.
Altri posti che mi sono piaciuti molto sono stati la chiesa in rovina di Santo Domingo, di fronte alla quale c’è il Mostaza, un ristorante niente male (anche se il migliore che abbiamo provato – senza pretese di esaustività - si chiama Paladar e sta in un centro commerciale), il Museo del Canal Interoceanico in Plaza Indipendencia e infine la zona tra Plaza de Francia ed il Paseo de las Bovedas, con una vista incantevole sulla baia e sulla skyline di Panama City, questo passaggio è meglio noto come “el besodromo” e vi lascio tranquillamente immaginare il perchè.
Chiuderei questa parte con una saluto agli amici che abbiamo avuto la fortuna di incontrare in questa città incantevole. Primis inter pares il grande Roberto, imperatore di Panama e visconte di Madrid; poi la sua amica Pacia che dopo aver incantato Parigi ora danza a Panama City, suo cognato Raul e il di lui fratello Fernando, incontrastati tycoon del bevarage panamegno che si muovono tra Porche Cayennes e jet personali. A tutti loro grazie per aver reso il nostro soggiorno unico!
2.
La Calzada Amador e lo Smithsonian Institute
Se avete un paio di ore di tempo tra un pigro risveglio mattutino e l’inevitabile temporalone del pomeriggio, potete prendere un taxi per la Calzada Amador (ma non fatemi i romantici: la Calzada prende il nome dal forte Amador, fino a pochi anni fa punto di controllo americano sul canale con tanto di cannoni da 14 pollici che sparavano a 44 chilometri di distanza).
Il terrapieno collega la città con le quattro isolette all’imbocco del canale, arrivati all’inizio potete mollare il taxi e farvi quattro passi guardando i panamensi fare jogging, pedalare in bicicletta oppure semplicemente andare a spasso con un gelato. Da quasi tutti i locali della Calzada si gode di un’ottima vista sul primo tratto del canale e sul mare aperto adiacente con tutte le navi alla fonda in attesa del loro turno per attraversare dal Pacifico al Mar dei Caraibi.
Il pedraplen è stato costruito con la terra di riporto degli scavi del canale e fa parte di quel territorio di Panama che è stato di fatto americano fino alla fine degli anni ‘70 quando il Trattato Torrijos-Carter ha restituito a Pietro ciò che era di Pietro, o meglio ha restituito a Torrijos ciò che era di Torrijos.
Sul promontorio di Punta Celebra, la prima delle quattro isolette della Calzada si può visitare (per “ben” 2U$) lo Smithsonian Institute, fondazione americana a protezione della natura che ha preservato un angolo della tipica foresta litoranea della costa del Pacifico. Si trattava di un tipo di foresta molto secca e veniva decisamente bene dargli fuoco per poi recuperare il terreno all’edilizia ma gli americani ne hanno salvato un pezzettino, a onor del vero devo segnalare che le malelingue dicono che gli americani avevano mantenuto questa parte di foresta per farci delle esercitazioni militari in modo da essere pronti a un’eventuale guerra nella giungla ma secondo me stavolta sono davvero malelingue perché in questo pezzetto di foresta al massimo si poteva esercitare una famiglia del Kentucky.
Dovete sapere che il sottoscritto ha una particolare passione per i musei, i parchi e gli zoo del terzo mondo (infatti ricordo con entusiasmo lo zoo di Siem Reap in Cambogia) e questo istituto è proprio uno di questi. Tra l’umile e il cialtrone, pochi soldi e un bel calcio al politically correct verde-ecologista. Insomma, in questo tipo di posti si fa un po’ quel che si può ma è anche grazie a essi che si conosce e si ama la natura.
Io ci sono andato per vedere i bradipi che dovrebbero trovarsi facilmente, liberi nella foresta. Devo ammettere che ci ho visto parecchi pellicani, alcuni avvoltoi, delle specie di incroci tra una volpe e un procione, anche parecchie iguane arboricole belle grosse ma di bradipi neanche un pelo, un’impronta o almeno una caccoletta.
Però grazie a una gentilissima ragazza super-tatuata con uno stemma della Roma a colori sull’avambraccio (il resto dei tatuaggi è praticamente una giungla con fiori di vaniglia e colibri), grazie a lei che infatti è di Roma ma fa la guida li da anni, ho imparato che un tempo molto lontano lo stretto di Panama era sotto il livello del mare e l’acqua scorreva liberamente tra i due oceani con i pesci atlantici che facevano allegramente limonella con quelli pacifici. IL fatto che l’istmo sia rimasto sommerso per la maggior parte dell’esistenza della terra spiega perché la fauna del sudamerica sia così nettamente diversa da quella nordamericana, europea e asiatica (che all’epoca probabilmente erano unite dalle parti della Groenlandia… ma non vorrei spingermi troppo oltre in una materia che non mi è così familiare).
Sta di fatto che a un certo punto partirono i soliti vulcani, ci furono i classici terremoti e i movimenti tellurici fecero emergere Panama dal mare.
E così i pesci dei due oceani furono costretti a rinunciare alle loro promiscuità sessuali infatti ora le specie atlantiche sono leggermente diverse da quelle pacifiche mentre gli animali del nord e del sudamerica si diedero appuntamento dalle parti dell’istmo per un gigantesco scambio di coppie nella giungla un po’ come nel parcheggio del casello dell’autostrada a Desenzano. Questo spiega la stupefacente ricchezza di biodiversità del centroamerica e chiude anche il mio racconto allo Smithsonian Institute.
3.
Il Canale di Panama alle dighe di Miraflores.
Se Panama è nota in tutto il mondo per il suo canale allora non si poteva non andare a vedere il passaggio delle navi dalle Miraflores Locks - le chiuse Miraflores -, esperienza alla quale abbiamo riservato il nostro ultimo giorno di vacanza di ritorno dalle San Blas e sulla strada per Miami.
Le chiuse le hanno costruite gli americani e americano era tutto il canale come anche una fascia di qualche chilometro a destra e a sinistra di ciascuna sponda.
Avendo visitato sia il museo nel Casco Viejo che quello alle chiuse vi potrei intrattenere per ore e ore sul canale ma ho pietà di voi e ve la faccio molto breve però qualcosa devo pur dirvi perché la storia del canale è un pezzo di storia del centroamerica ed è davvero molto significativa e interessante.
Quando all’inizio del secolo scorso i francesi della società del Canale di Suez decisero deciso di imbarcarsi nell’impresa di costruire un canale per coprire gli 80 chilometri tra i due oceani si trovarono di fronte a un compito decisamente arduo sia perché coi metodi del tempo non si faceva in tempo a scavare che la giungla si rimangiava tutto sia soprattutto perché la febbre gialla calava sugli operai praticamente come la falce sul grano maturo. Si contarono circa 22,000 morti prima che il medico cubano James Finlay scoprì che il veicolo del contagio erano le zanzare e non furono tanto le medicine a sconfiggerle quanto la decisione dei francesi di prendere tutti gli operai che lavoravano al canale e metterli a bonificare la città e le zone circostanti così che una volta prosciugati gli acquitrini e asfaltate le strade (o quantomeno dopo averle messe in condizione di non trasformarsi nella stagione delle piogge in pozzanghere grandi come paludi) poterono tornare a lavorare al canale in santa pace.
Nel frattempo, non chiedetemi quando e nemmeno come, erano arrivati gli ammericani. Insomma ve la faccio breve: scavi con la dinamite, linee ferroviarie per portare derrate e riportare la terra, dighe a sommergere un’intera vallata con 22 villaggi per creare il lago Gatun il più grande lago artificiale del centroamerica, due chiuse qua e due chiuse là per superare i dislivelli e il canale è bello che fatto.
Si, però è americano.
Perché il presidente americano non era stato con le mani in mano e aveva proveduto a far firmare al suo collega panamense (si dice che ancora oggi a Panama la corruzione sia un leggerissimo problema) un trattato in cui cedeva agli americani senza corrispettivo e senza vincolo di tempo il canale ed un territorio di circa 5 chilometri a destra e a sinistra dello stesso.
Gli americani ringraziano e portano a casa.
Ci sono voluti quasi cento anni di pressioni politiche perché i panamensi si potessero riportare a casa quello che era loro, negli anni ’70 il presidente americano Carter stipulò un trattato in cui prometteva di ritornare il canale a Panama alla fine del 1999 ritorno, trent’anni in più e ovviamente non più presidente, a riconsegnare ufficialmente canale e territori circostanti.
Dal 2000 quindi il canale è pienamente gestito dai panamensi, in sei anni di gestione in proprio il canale ha fruttato a Panama quanto aveva fruttato in 85 anni di “affitto” agli americani, tanto che è ormai in linea d’arrivo il progetto di allargamento del canale stesso per far transitare navi ancora più grandi.
Una visita alle Miraflores Locks è caldamente consigliata: vedere da pochi metri il passaggio delle grandi navi nel canale è uno spettacolo e a me è particolarmente piaciuto lo speaker vi racconta dall’altoparlante vitamortemiracoli della nave che sta attraversando in quel momento sotto i vostri occhi: se sono cinesi o americane, se trasportano automobili o containers, se ce la fanno da sole o se le devono spingere e tirare i rimorchiatori.
Que viva el canal de Panamà!
Parte seconda: Arcipelago de San Blas
Vicino al canale c’è l’aeroporto di Panama Albrook dal quale partono i voli nazionali.
Con mezz’ora di voletto sulle linee aeree locali si passa dalla costa pacifica a quella caraibica. In effetti da Panama City a Corazon de Jesus nell’arcipelago di San Blas (la nostra destinazione) sarebbero al massimo un centinaio di chilometri che però la stessa Lonely Planet - che non è stata propriamente scritta per i tipi alla Paris Hilton - definisce “buoni fino al bivio per Carti poi percorribili solo con un buon fuoristrada a route maggiorate e infine nell’ultimo tratto impegnative anche per un mezzo anfibio tedesco della seconda guerra mondiale”. In realtà pare che da quando è stata scritta la guida le strade siano un po’ migliorate ma l’ultima stagione delle piogge particolarmente intensa ha fatto crollare un ponte quindi ci si mettono dalle 6 alle 8 ore e arrivati quasi a destinazione si deve guadare un fiume, il che non è proprio una delle cose per cui siamo venuti in vacanza fin qui. Probabilmente è per questo che quando Ale, irritata dalle aerolinee panamensi che prima perdono un paio d’ore per riparare un malfunzionamento a un flap (cosa non completamente rassicurante per chi ci deve volare sopra) e poi decidono di non imbarcare le nostre borse per problemi di sovrapeso a bordo… per questo dicevo quando Ale prende assertivamente in mano la situazione esclamando “via di qui tutti, si va in jeep!” mi prende uno strano senso di sconforto cosmico.
Alla fine ci portiamo solo lo stretto indispensabile (che per la BDS corrisponde all’incirca al suo appartamento arredato completo di corredo) e riusciamo a decollare.
Con un fine gioco di parole sorvoliamo sull’atterraggio – perfetto a onor del vero – sulla pista più corta del mondo e arriviamo nell’arcipelago di San Blas: 400 isole coralline formato spiaggia-palma circondate da almeno 800 reef e bassi fondali da causare forti emicranie anche a Capitan Jack Sparrow.
E’ difficile raccontarvi le sensazioni che si provano quando si arriva in un posto tanto bello quanto ancora incontaminato dal turismo pesante. Ho deciso di non scrivere un diario giorno per giorno anche perché non sarebbe possibile spiegare solamente annotando. Allora provo a descrivervi alcune cose che in modi diversi mi hanno lasciato il segno: spero di riuscire a farvi provare almeno un decimo di quello che abbiamo provato noi.
1.
A contatto con i Kuna.
La Comarca de Kuna Yala è un arcipelago di centinaia di microisole più una stretta striscia di terra all’estremità nordorientale dello stato di Panama. Storicamente tutti i villaggi kuna sono rigorosamente costruiti solo sulle isole che stanno in prossimità dell’estuario di un fiume. Questo per avere a portata di mano una fonte di acqua dolce, un territorio da coltivare e contemporaneamente starsene su un’isoletta al sicuro da eventuali malintenzionati. La Comarca è il territorio degli indios Kuna ed è una regione ampiamente autonoma dallo stato panamense da quando negli anni ’20 gli indios si sono rivoltati e hanno fatto fuori una ventina di poliziotti panamensi e kuna rinnegati. A onor del vero non è che i kuna fossero dei terribili guerrieri, i panamensi avrebbero potuto anche ricorrere al classico genocidio per sistemare i loro affaracci interni tanto in quell’angolo di mondo non li avrebbe certo disturbati nessuno. Senonchè gli ammericani (ancora loro?) hanno tenuto alta la bandiera della libertà nelle remote isolette del centroamerica spedendovi un paio di incrociatori che hanno dissuaso i panamensi dal ricorrere alla consolidata prassi colonizzatrice del massacro degli indios. Il fatto che poi in cambio abbiano tappezzato le isole di piste di atterraggio per i loro aerei da caccia non fa altro che aumentare la nostra riconoscenza visto che a Corazon de Jesus siamo atterrati proprio su una di quelle...
Insomma, com’è come non è, i Kuna ora sono ampiamente indipendenti e i loro saggi/anziani, detti “Sahìla” (tipo le caramelle ma scritto con la acca e pronunciato con l’accento sulla i) preservano la loro sovranità e le loro tradizioni con metodi a volte rozzi ma efficaci.
Per esempio si narra (ne abbiamo visitato i resti) che una decina di anni fa i tycoon della compagni aerea Air Panama in cambio dell’organizzazione dei collegamenti tra la Comarca e Panama City (metà dei kuna fa il giardiniere nella capitale) avevano ottenuto una concessione decennale per costruire un resort nell’arcipelago. Mi raccomando non pensate a un resort polinesiano, fate piuttosto mente locale sulla baracca degli attrezzi di una cascina di campagna… A questo punto come in ogni democrazia bipolare che si rispetti le versioni si dividono: i panamensi vi racconteranno che un bel giorno i kuna senza nessuna ragione hanno revocato unilateralmente la concessione e hanno dato fuoco al resort, i kuna invece vi diranno che alla scadenza dei dieci anni hanno annunciato che non intendevano rinnovare il permesso e i panamensi l’hanno presa talmente bene che hanno pensato di fare una festa attorno a un bel falò di capanne prima di andarsene. Non potrei giurare sulla veridicità di nessuna delle due versioni però mi è parso di capire che a Panama incendiare quello che ci si lascia indietro si possa considerare prassi comune di convivenza civile.
Tra le altre pratiche preferite dai kuna vi segnalerei la festa della chicha, una bevanda puzzolente, blandamente alcoolica che si beve da una mezza zucca detta “calabaza” e che pare abbia un sapore tra lo sputacchio dopo aver fumato il sigaro e la pipì quando si mangiano gli asparagi. Ai kuna questo basta e avanza per conciarsi peggio di Rocky dopo il combattimento con Ivan Drago e per quanto mi riguarda ognuno è libero di divertirsi come vuole.
Ai kuna invece piace meno partecipare a delle specie di assemblee durante le quali un sahila canta per ore una nenia sulla storia di come si pescano i pascetti nella laguna. Il kuna è una lingua che non conosce forma scritta (stesso problema che avevamo incontrato all’isola di Pasqua con il rapa-nui) quindi la conoscenza si trasmette per via orale e sotto forma di noiossissime chansons de geste tradizionali. Per tutti gli abitanti del villaggio la frequenza a queste riunioni è obbligatoria come al corso di Economia Aziendale alla Bocconi e la loro naturale tendenza ad appisolarsi viene combattuta da un pazzo che a intervalli irregolari interrompe all’uopo il canto del sahila emettendo urla belluine oppure – nei casi più recalcitranti – attraverso il più classico metodo delle percosse con un nodoso bastone. Se dopo un’oretta di musica che al confronto Stockhausen è un parco divertimenti pensate di esservela cavata sappiate che siccome il canto del sahila è in kuna antico che nessuno capisce quando questi ha finito e si piazza nell’amaca a godersi un meritato sigarone viene il turno di un sotto-sahila che come Schifani con Berlusconi ripete tutta la storia (per fortuna lui non la canta) in kuna moderno o in spagnolo, non ho capito bene. La prossima volta che la vostra fidanzata vi chiede di vedere con lei “Lezioni di Piano” prima di estrarre la colt pensate ai kuna...
Per passare a temi più leggeri, ai kuna piace anche fare le molas. Le molas sono delle pezze di stoffa colorate sovrapposte, intagliate, cucite, ricamate… insomma, non le so spiegare bene ma sono davvero uniche. E come in ogni civiltà che si rispetti anche tra i kuna c’è un cartello di ricchioni che decide i colori di moda per la collezione di quest’anno. Scherzi a parte (è una citazione di una canzone di Elio & Le Storie Tese, non sono politicamente così scorretto) i principali stilisti delle molas sono Venancio Restrepo sul cui biglietto da visita si legge “Master Mola Maker - Isla Maquina – Kuna Yala” dall’eloquio vellutato e Lisa, che appartiene al genere Platinette ma un po’ più carino.
Un altro personaggio kuna, in bilico tra l’utile e il cialtrone, è Apio, che si da da fare vagolando tra le calette con la sua piroga e che – tenuto conto delle disponibilità limitate nella Comarca - vi può procurare qualsiasi cosa abbiate bisogno. Unica controindicazione all’uso di Apio è che a volte scialacqua i vostri dollari in una sana sbronza, per un tiro di coca o con le puttane e non si fa più rivedere per i prossimi tre secoli.
Potrei ancora raccontarvi della frequenza dell’albinismo tra le famiglie kuna, della loro dieta alimentare rigidamente a base di tutto quello che capita sottomano o ancora della loro economia basata sul tasso di cambio della noce di cocco ma francamente mi fermerei qui. Se ne volete sapere di più pare che esistano delle pubblicazioni dell’università di Perugia che ha studiato i kuna e la loro lingua (cosa non si fa per uno straccio di tesi di laurea…).
Nota: l’ho buttata sul ridere perché mi piace scherzare ma la Comarca è meravigliosa e i Kuna sono un popolo interessantissimo.
2.
Yo soy kuna de Kuna Yala.
A un certo punto della mia vita ho scoperto che cuccare in discoteca, frequentare i “posti giusti” e atteggiarmi nei locali alla moda non era proprio quello che mi interessava davvero. Ho scoperto che avevo sbagliato tutto nei miei precedenti dieci anni, ho capito che mi rendeva molto più felice fare cose semplici, stare con gli amici, con le persone a cui voglio bene e che mi vogliono bene.
Ma per arrivare nel 2007, a quarant’anni suonati, a una festa di capodanno in una minuscola isola di cui nemmeno ricordo il nome al largo di un piccolo paese del centroamerica, per arrivare a un happening tra l’hippy e il multietnico dove una ventina di italiani, brasiliani, inglesi, tedeschi, colombiani, americani e indios kuna si ritrovano a ballare in una radura con due o tre soggetti che suonano scordati sul giro di Do e cinque ubriachi che cantano più sullo sguaiato che sullo stonato, guest star mia moglie la Gagna e percussioni a cura un kuna con il senso del ritmo di un discinetico… ecco, per arrivare a questo ci volevano davvero le San Blas e il Kuna Yala.
Peraltro è proprio di quella serata la perla antropologica del viaggio ovvero l’incontro e le presentazioni tra Annalisa e il percussionista kuna dell’orchestrina cialtrona. Lei: “Yo soy Annalisa, de Italia”. E lui “Yo soy kuna, de Kuna Yala”…
Le San Blas sono un po’ un rifugio di chi prima o poi nella vita sceglie di prendere una barca e cercare il senso della vita lontano dalla civiltà e vicino a una colonia di coralli. Molti di loro scoprono che la cosa ha un senso e ci restano per molti anni così le loro imbarcazioni diventano vere e proprio case, piano piano sulle barche compaiono un giardinetto coi vasi delle erbe aromatiche nel pozzetto, il generatore eolico a poppa e il surf e la bicicletta a prua.
Alle San Blas quando le imbarcazioni sono ormai troppo logore per attirare come ospiti paganti i turisti all’italiana ma resta il bisogno di finanziare la scelta di vita alternativa e impegnativa allora i proprietari si riciclano trasformando le loro barche nei traghetti dei backpackers per “saltare” Darien Gap.
Ci sono molte più ragazzi e ragazze di quanti possiate immaginare che un bel giorno decidono di prendersi un periodo più o meno lungo di libertà, di mettersi uno zaino (pesantissimo) in spalla, un portafoglio (leggerissimo) in saccoccia e di partire per il mondo. Nel continente americano uno dei giretti più gettonati consiste nel farselo tutto da sud a nord o viceversa con i mezzi più improbabili: autobus, barche, moto, biciclette o semplicemente a fette, pedibus calcantibus, insomma a piedi.
La famosa Transamericana o Panamericana più che una strada è uno stato mentale che parte dall’Alaska e arriva giù dritta fino alla Terra del Fuoco. In realtà quello che si fa dritto ininterrotto Polo Nord - Polo Sud è più che altro lo stato mentale perché la strada vera e propria finisce in fondo all’Isola di Chiloè, in Cile, qualche migliaio di chilometri prima dalla Terra del Fuoco. E quanto all’essere ininterrotta pure quello è un falso perché la Panamericana ha qualche centinaio di chilometri di buco nel centroamerica, stato di Panama, regione del Darien, entroterra della Comarca de Kuna Jala per l’appunto.
Nella regione del Darien la giungla è troppo fitta, le pioggie troppo insistenti e la civiltà troppo lontana per poter mantenere una strada degna di questo nome ed ecco allora che per superare il cosiddetto “Darien Gap” non resta che passare via mare dal Kuna Yala.
Tanto per fare un esempio, nei primi giorni di soggiorno Annalisa – grande marinaia che però alla fonda all’inizo soffriva un po’ il beccheggio e quindi passava parecchio tempo a terra nelle isolette più improbabili - ha avuto modo di fare la conoscenza di uno svizzero che stava facendosi dalla Patagonia all’Alaska in mountain bike ed aveva deciso di piantare una tenda proprio al centro del palmeto di un isoletta di si-e-no trenta metri di diametro. E se questo svizzero vi sembrerà strano pensate che si portava dietro una tizia conosciuta per strada che la mattina faceva jogging sulla spiaggia correndo interminabilmente intorno all’isoletta che sarà stata al massimo cento metri di circonferenza.
Il fatto che allo stesso modo dei backpackers il Darien Gap venga aggirato via mare passando dalle San Blas anche da loschi traffici colombiani (che a onor del vero non viaggiano di giorno, alla luce del sole sulle barche scasse dei backpackers ma piuttosto cercano di evitare di incagliarsi nel reef di notte, al buio, su piccoli scafi a motore spesso con a bordo dei kuna) suona solo incidentale nella magia del racconto.
3.
Capitan Carlino e il Gilgamesh.
Le San Blas sono un’esperienza per-se ma viverle sul Gilgamesh di Capitan Carlino penso le porti alla massima potenza.
Carlo è un uomo al quale dopo essersi laureato in Inghilterra è venuto il dubbio che non fare il finance manager forse non era esattamente quello che voleva dalla vita. Allora nel dubbio si è fatto dare i progetti del Moana da Vittorio Malingri, ne ha seguito personalmente la costruzione e l’allestimento, l’ha messa in acqua e via!
Si è fatto l’Atlantico ed ha passato molti anni alle Antille (che sarebbero quelle che io chiamo impropriamente “i caraibi”). Poi ha deciso che il posto stava diventando troppo turistico (infatti io e Capitan Fagetti ci siamo arrivati proprio quando lui se ne era appena andato) ed ha fatto rotta sulle San Blas dove sverna ormai da sette anni.
Visto il tenore dei discorsi tenuti in barca probabilmente quando non è alle San Blas a svernare passa il suo tempo a leggere di filosofia, a discutere di politica e ad ascoltare le vecchie cassette di Jannacci.
Tornando alla barca, ora pare che i suoi progetti siano di farsi l’ultima stagione a Panama poi infilarsi nel canale e fare rotta per le Galapagos, la Polinesia (dove intende far passare al Gilgamesh la stagione estiva) e puntare sulla Nuova Zelanda, arrivare agli antipodi per definizione. Che dire a capitan Carlino? Buon vento!
Carlino conosce l’arcipelago come le sue tasche e saluta gli indios kuna per nome uno per uno come potrebbe fare con le viti del suo Gilgamesh. Carlino non si muove da solo: con lui c’è la dolce Luisa, la barcalinga. Il fatto che Luisa ci abbia nutriti deliziosamente per dieci giorni non dovrebbe passare in secondo piano ma le sue caratteristiche salienti secondo me sono: primo, una vista che le permette di vedere se una noce di cocco è matura da un paio di miglia di distanza; secondo, una memoria elefantiaca per nomi, cognomi, e dati anagrafici di ogni singolo kuna compresi i bambini appena natgi e terzo, il fatto che non abbandona praticamente mai la barca che a furia di venire pulita ormai porta le sue impronte digitali pure nel cessetto.
E poi c’è il Gilgamesh, me ne stavo quasi dimenticando.
Il Gilgamesh è la – sottolineo LA - barca del navigatore oceanico. Non è un come stare in catamarano, se vuoi il Gilgamesh lui ti chiede sacrifici. Non ha cuccetta di prua perché ci sta l’officina, il bagno è piccolo perché tanto si usa la doccetta esterna a caduta, se vuoi far scendere l’acqua devi usare la pompa a pedale (così non la sprechi lasciando aperto il rubinetto). A bordo del Gilgamesh ogni cosa ha il suo posto e ogni recondito posto ha la sua cosa. Il GIlgamesh non ha il pilota automatico perché se si rompe un pezzo elettronico qui è praticamente impossibile trovare un ricambio. Però in compenso ha Mustafà: un timone a vento che essendo composto da pezzi meccanici può essere riparato con un’officina (vedi sopra) e un po’ di abilità da bricoleur.
Insomma il Gilgamesh non è comodissimo, le cuccette sono strette, il pozzetto piccolo, la scaletta ripidissima ma in un paio di giorni ci si abitua e allora si vive davvero l’esperienza originaria della barca a vela. Peraltro Carlino che è marinaio fino al midollo e ben differente dal crocerista pigro alza le vele anche per fare un quarto di miglio...
Sul Gilgamesh si vive a vela, si naviga nel profondo rispetto del mare, della sua forza, del suo ritmo. E a me piace così.
Alle San Blas non ci sono marina, resort, supermercati, ristoranti, non ci sono negozi (a meno che non consideriate negozio una capanna dove vi cuociono il pane). Si vive di quello che passa la barriera corallina. Carlino si infila pinne, fucile ed occhiali e se è fortunato torna con un pargo, un barracuda o un tonnetto. Peraltro abbiamo scoperto come i parghi siano a volte molto permalosi durante la cottura segnalandosi per la sgradevole tendenza a fare dispetto, diventare rigidi e uscire dal forno sfoderando un sorriso alla Gianfranco Funari.
Se la pesca col fucile non funziona si può sempre sperare nella pesca con il biglietto verde. Questa tecnica ormai ben sperimentata consiste nel richiamare l’attenzione di una piroga kuna che passa nelle vicinanze e sperare che gli occupanti si siano tirati su qualche pesce o almeno un paio di aragostine. Se questo è avvenuto, allungando un paio di dollari agli indios si ottiene lo stesso risultato che con un colpo di fucile subacqueo ben assestato.
Una piccola nota tenera: l’ultimo giorno per 3 dollari abbiamo rilevato dai kuna la proprietà di una tartaruga marina che una volta allontanatisi i prededenti proprietari siamo ovviamente andati a liberare. Personalmente – ma penso anche per gli altri – è stato un momento indimenticabile.
Ritornando al cibo, se non si pesca ne’ col fucile ne’ con i verdoni allora non resta che affidarsi alle abilità di Carlino e Luisa (le ben note crepes alla nutella…) o aprire delle scatolette (ma non è praticamente mai successo).
Alle San Blas con il Gilgamesh ci si sveglia e ci si addormenta con i tempi della luce e del sole, si vive con i ritmi del mare. Ci si immerge nelle giornate rallentate del caribe, con i loro tempi dilatati, le lunghe discussioni, le speculazioni, un po’ di sole, un libro, un bagno, poi ancora sole, meditazioni in teoria, pisolini in realtà.
Uno dei primi giorni Luisa mi disse che quando non ci siamo noi a lei piace dare ancora in una caletta deserta e starci per una o due settimane. Mi sono chiesto come diavolo si potessero passare ben due settimane in un posto simile, facendo cosa? Dopo qualche giorno mi sono ritrovato a guardar passare le mie giornate: serene, leggere, senza sforzo.
E quella domanda non me la sono posta più.