MESSICO BELIZE

 

 

4 Agosto 2002

Siamo partiti da casa dei genitori di Marco alle 8 esatte. Il papà di Marco - lo stratega della situazione - ci ha stupiti sgommando in maniera piuttosto rumorosa ed escogitando inquietanti scorciatoie in mezzo ad allegri boschetti della provincia di Varese. Mi aspettavo che mettesse su un cd di Eminem, ma secondo noi l'ha tenuto in serbo per il ritorno. Siamo partiti con un'ora e mezzo di ritardo alla volta di Miami. Sull'aereo abbiamo letto un libro di barzellette e abbiamo riso moltissimo (anche sufficientemente forte per molestare i vicini). Io ho proposto sesso estemporaneo grazie a una tecnica a prova di sgamo riportatami per vie traverse (per coloro ai quali dovesse interessare sono 50 € più IVA). Marco però ha riso e non se ne è fatto più niente. Siamo arrivati a Miami alle 15.50 ora locale e ci siamo fatti una bella coda al controllo passaporti. Alle 18.00 per la mia gioia abbiamo preso un  Fokker 100 della Mexicana de Aviacìon dal sapore antico, un po' come l'Orient Express. Alle 19 siamo arrivati a Cancùn. E' seguita una lunga contrattazione per l'affitto della macchina e ci siamo avviati verso il centro. Cancùn è divisa in due parti, il centro (Ciudad Cancun, appunto), piuttosto moderno e ben tenuto, dove si trovano i principali servizi e le abitazioni della popolazione locale, e la Zona Hotelera, uno scempio agghiacciante perpetrato dagli americani ai danni di una delle più belle spiagge del Messico. Si tratta né più né meno di una striscia di spiaggia che circonda una laguna, per la quasi totalità occupata dalle gigantesche strutture alberghiere, che oltre ad essere oscene alla vista ed ecologicamente quantomeno sconvenienti, semplicemente fanno ombra alla spiaggia per metà della giornata. Forse però gli americani - nelle loro nevrosi collettive - gioiscono di questo livellamento, essendo convinti che il sole fra venire il cancro della pelle anche se lo guardi in televisione.

Abbiamo cenato in un ristorante carino - la Habichuela -  cibo medio ma vino Cileno ottimo.

Per la notte - non fregandocene niente di Cancùn - abbiamo scelto un albergo piuttosto fetido - Novotel Cancun - con un'aria condizionata talmente rumorosa che ad un certo punto abbiamo preferito sudare.

5 Agosto

Oggi abbiamo finalmente visto Chichén Itzà, uno dei più estesi e meglio conservati siti archeologici dello Yucatan. La cosa che fa più impressione entrando (oltre il caldo tremendo che fa) è la piramide di Kukulcàn detta anche "Il Castillo". Rappresenta il calendario Maya, si può scalare ed è abbastanza alto e ripido. Kukulcan per inciso era un re-sacerdote (non mi ricordo cosa significhi Kukulcàn se non che ha a che fare con i serpenti) che a quanto ci riporta la storia non era esattamente un signore mite e simpatico. Affascinante anche il campo del Gioco della Pelota: questo gioco consisteva nel fare entrare una palla di gomma dura in un anello inserito verticalmente in un muro, e per i Maya più che un gioco era una cerimonia. Sono stati trovati più di mille campi di pelota in centro america, e quello di Chichén Itzà è il più grosso di tutti. Qualcuno alla fine - ad ogni modo - ci lasciava le penne. Non si sa esattamente se venissero sacrificati i giocatori della squadra che vinceva o di quella che perdeva, in ogni caso non penso che il gioco fosse dei più rilassanti.

Poco lontano si trova il Cenote Sagrado, un lago naturale di forma rotonda e piuttosto profondo con acqua molto torbida verde chiaro. Nel Cenote i Maya buttavano le vittime sacrificali (anziani, bambini, ma anche giovani nel pieno delle forze) appesantiti con gioielli e idoli legati ai piedi, perché se il corpo fosse tornato a galla avrebbe significato che il dio non aveva accettato la loro offerta. All'inizio del secolo hanno dragato il fondo del Cenote (e si parla della parte più superficiale e quindi più recente) hanno trovato più di 250 scheletri umani e gioielli favolosi in oro e giada che sono conservati a Città del Messico.

Un'altra costruzione affascinante è l'osservatorio, detto il Caracòl per la scala a chiocciola che si trova nel suo interno, che pare servisse proprio per l'osservazione dei corpi celesti. Ha una forma che non differisce sostanzialmente dal recentissimo osservatorio di Palomar Mountain, Ca, USA. 

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Incredibile ma vero, a un certo punto abbiamo incontrato Davide Radice con un amico!

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Da Chichén Itzà siamo partiti alla volta di Mérida. Abbiamo trovato uno dei alberghi più belli che ci sia mai capitato di vedere: Casa Mexilio. Una casa coloniale con un labirinto di stanze intorno a un cortile con una piscina in pietra e piante. Ogni stanza arredata in maniera diversa dalle altre e con uno stile e un gusto e un'attenzione ai particolari che non ho sinceramente visto mai anche in posti più lussuosi. Abbiamo fatto il bagno e poi abbiamo cenato in un ristorante nel centro. Medio. 

Però abbiamo scoperto che in Messico schiacciano i fagioli creando una crema che usano spesso come contorno. Questo companatico peraltro buonissimo ha un aspetto un po' particolare, e Marco l'ha chiamato la Crema Caccona.

 

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6 Agosto

Oggi siamo andati a visitare il sito archeologico di Uxmal, che ci ha piacevolmente stupito per la freschezza, la ricchezza e l'ottima conservazione. Innanzitutto Uxmal si trova sulla Ruta Puuc (Puuc significa "colline"), ed è priva dell'influenza Tolteca tipica di Chichén Itzà (ciò significa che i bambini e i giocatori di pelota uxmalesi potevano dormire più tranquillamente). E' sempre ampiamente raffigurato il dio Chac (il dio della pioggia, che per i Maya era molto preziosa) e il serpente piumato. I Maya usavano i serpenti in tutti i modi possibili immaginabili, se li facevano in padella come antipasto, primo, secondo e contorno, li scuoiavano e con la pelle ci facevano la carta millimetrata (sic!) e nei ritagli di tempo li adoravano come divinità. Le decorazioni tipiche Puuc richiamano infatti le squame dei serpenti, sebbene ripetute con regolarità.

A Uxmal è anche presente un sistema di cisterne per la conservazione dell'acqua piovana. Erano estremamente utili e necessarie, dal momento che la siccità era un problema molto serio per l'antica città di Uxmal, ed il motivo principe per cui la città è stata ad un certo punto abbandonata.

Gli spagnoli, qui come in altri posti, hanno fatto uno scempio: hanno distrutto documenti, palazzi, sculture, per preparare la "conversione" delle popolazioni Maya al cattolicesimo.

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Nel pomeriggio siamo partiti diretti a Campeche. Ci siamo fermati a fare benzina in questo ridente posticino chiamato Hopelchén, solo che una volta riempito il serbatoio, il benzinaio - con tono che non ammetteva repliche - ci ha comunicato che lui i dollari americani non li voleva. E detto ciò, semplicemente si è girato da un'altra parte e si è messo a fare gli affari suoi. A questo punto abbiamo realizzato di avere un problema, perché i pesos non ci bastavano assolutamente. Ergo dopo venti minuti di contrattazione uno dei benzinai ha deciso di prendere la sua bicicletta e i nostri cento dollari ed è partito come Fausto Coppi alla volta della banca più vicina. Dopo mezz'ora - che noi abbiamo passato seduti in un area di servizio nel mezzo del nulla - è tornato (avendomi forse scambiato con la Dama Bianca) con i pesos e abbiamo potuto terminare la nostra transazione.

Verso sera siamo arrivati a Campeche e in tre o quattro secondi ci siamo visti mentre passavamo la notte in macchina: i primi tre alberghi (peraltro osceni) dove siamo entrati ci hanno rimbalzati alla velocità della luce. Il quarto - Hotel Paseo del mar - ci ha invece accolto in una junior suite gigantesca arredata con un gusto che se  mia madre per caso l'avesse vista avrebbe vomitato. Ho anche avuto la spiacevole sensazione che le lenzuola non fossero state cambiate, il che mi ha riempito di ribrezzo per i primi cinque minuti e poi ha vinto il sonno. Campeche è stata recentemente proclamata patrimonio culturale dell'umanità, anche se mi sfugge il criterio di valutazione, dato che è una bella città, ma francamente c'è di meglio, come ad esempio Parma. Campeche si trova sul Golfo del Messico che è un mare molto scuro e poco scenografico, ma dai fondali molto profondi adatti alla navigazione.  Per questo motivo pare che in passato fosse preda di pirati di ogni genere, e dopo un centinaio di anni passati a subire furti attacchi e invasioni bisettimanali gli abitanti si siano seccati e abbiano costruito una cinta di bastioni a forma esagonale che si può vedere ancora adesso.

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Abbiamo cenato in un gradevole ristorante su un balcone affacciato sulla piazza principale gestito da una serie di cubani grassissimi, il che peraltro non costituisce novità dal momento che in questo paese sembra che nessuno sia magro. La cattedrale - situata sulla piazza - in stile ispanico come tutti gli edifici religiosi è molto bella e merita una visita (cosa che noi non abbiamo fatto, appunto)

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7 Agosto

Oggi siamo partiti da Campeche prestissimo, abbiamo passato alcune simpatiche città come Champoton ed Escarcega, abbiamo percorso un piccolo tratto dello stato del Tabasco (zona estremamente ricca, a causa delle risorse petrolifere ampiamente sfruttate dal governo federale) e finalmente siamo entrati nello stato del Chiapas. Proprio mentre ci accingevamo a percorrere la strada che da Palenque porta a San Cristòbal de Las Casas (210 km di curve) ho letto sulla guida che la strada è tradizionalmente bersaglio dei banditi, che grazie ad alcune ingegnose invenzioni (dossi artificiali, buchi per terra e corde tese in mezzo alla strada) depredano le macchine e le persone che si trovano sulle suddette. Da lì a mettermi nelle mutande una bustina con carte di credito e orologio è stato veramente un attimo. Ho fatto un semplice ragionamento: se i banditi fossero arrivati a trovare la bustina a quel punto non me ne sarebbe fregato granché del rolex. Solo una volta ci hanno fermato con una corda tesa da una parte all'altra della strada, in realtà cercavano solo di vendere prodotti artigianali ("artesanìas"), ma giusto per stare sul sicuro una macchina davanti a noi è passata senza esitazione sopra alla corda e via a tutto gas.

Immaginavo che i guerriglieri Tupac Amaru, i famosi tupamaros dai passamontagna neri che sembrava rapissero chiunque passava per strada fossero il pericolo maggiore, in realtà i tupamaros residui vivono piuttosto isolati. Il vero pericolo sono le persone del posto, costrette ad estremi rimedi da mali estremi, quali la povertà - incredibile alla luce delle risorse del Chiapas. Dopo la rivolta zapatista (1° Gennaio 1994) - promossa dall'Ejercito Zapatista de Liberacìon Nacional (EZLN), che si opponeva allo sfruttamento eccessivo del territorio da parte del governo federale - il Chiapas ha conosciuto un periodo di sviluppo, ma  nonostante siano pervenuti a una sorta di accordo (San Andrés, 1996), ancora i benefici tardano a farsi vedere, soprattutto per le fasce più povere di popolazione. Vero è che la relativa tranquillità subentrata alla fine della violentissima repressione (1997-98) ha riportato nel Chiapas i turisti, che hanno creato una quantità di nuovi posti di lavoro e maggiori possibilità. Intanto, camioncini dell'esercito federale, posti di blocco e soldati sono pressoché ovunque.

Il Chiapas è un posto favoloso, salendo verso San Cristòbal, situato su un altopiano a 2100 m. di altitudine la giungla lascia gradatamente il posto alle conifere e ai pascoli per trovarsi alla fine immersi in un paesaggio montano assolutamente incredibile. San Cristòbal è una città coloniale bellissima e piena di vita, piena di locali e di musica e con un sacco di cose da fare alla sera. Abbiamo scelto come albergo l'Hotel Casavieja, una posada graziosissima, tutta in legno con un giardino centrale molto curato. Abbiamo preso una junior suite all'ultimo piano, mansardata, con una vista stupenda sui tetti di San Cristòbal e una vasca idromassaggio che può tranquillamente contenere una squadra di basket.

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8 Agosto

Oggi siamo andati a vedere i villaggi intorno a San Cristòbal. Questa zona è popolata quasi interamente da indios, ed estremamente ricca di tradizioni e culture tipiche Maya, perché all'arrivo degli spagnoli molti gruppi indigeni di sono rifugiati negli altopiani del Chiapas, protetti dalla jungla e per lungo tempo sotto l'influenza guatemalteca. Questo da una parte ha assicurato il mantenimento delle identità delle popolazioni, dall'altra ha creato una situazione di malgoverno e di sfruttamento trascinatasi per secoli, fino alla rivolta Zapatista. Le due etnie principali sono tzotzil e tzeltal, che nonostante le condizioni di estrema povertà mantengono dignitosamente la loro cultura e tradizione.

Il primo, San Juan Chamula, è un villaggio tzotzil: un popolo molto particolare con una fortissima identità e usi e costumi unici ed affascinanti. Gli abitanti - per la maggior parte contadini - affiancano la religione cattolica ai riti preispanici, non riconoscono il clero né i sacramenti tranne il battesimo (venerano infatti San Juan Baptista) e praticano superstizioni e rituali antichi e a volte bizzarri, possiedono una simbologia articolata ed estremamente significativa.

Il cimitero - da cui è partita la nostra visita - è un posto unico al mondo: è un prato verdissimo, senza lapidi ma solo croci in legno, di colori diversi a seconda dell'età della morte: bianche per i bambini, blu o verdi per le persone adulte e nere per gli anziani. Ogni dieci anni ad ogni croce ne viene sovrapposta un altra, inoltre sulla croce, oltre al nome del caro estinto è riportato anche il nome - in lingua tzotzil - dell'animale che ogni persona sceglie di diventare dopo la morte (incredibile, alcuni hanno scelto di diventare topo).

Gli abitanti di San Juan Chamula vestono rigorosamente con abiti tradizionali, più le donne degli uomini perché spesso questi lavorano fuori dal paese, non amano essere fotografati durante le manifestazioni, in preghiera o comunque all'interno della chiesa e di base mai, perché sono convinti che la fotografia ti rubi l'anima. Vanno a spasso a piedi scalzi perché sono convinti che il terreno infonda forza - il che può anche essere simpatico durante l'estate, ma d'inverno nel Chiapas la temperatura arriva tranquillamente ai 2-4°C. 

I chamulani producono un distillato locale - tipo grappa ma leggermente schifoso - che devono bersi almeno tre volte al giorno per depurarsi l'anima. Non sono personalmente a conoscenza del meccanismo d'azione sull'anima, ma di certo fa molto bene all'umore e molto male al fegato: l'alcoolismo è un vero problema per queste persone, e altrettanto la cirrosi epatica.

La chiesa è veramente impressionante. Il pavimento è coperto da aghi di pino e candele di varie forme colori e dimensioni a seconda del motivo per cui viene eseguito il rituale, le persone stanno sedute per terra e pregano o sono semplicemente perse in un mondo interiore. Talvolta si cospargono di uova crude, perché pensano che l'uovo possa assorbire il male. E bevono - oltre alla grappa autarchica - anche un sacco di coca cola, perché pensano che i ruttazzi aiutino ad eliminare gli spiriti maligni (soprassiedo sulla facile ilarità che questa nozione ha suscitato nel Berni). Ad un certo punto è entrata nella chiesa la banda locale, composta da alcuni fiati e percussioni che suonavano in maniera assolutamente scoordinata un qualcosa che penso possa vagamente assomigliare al Jungle. Io e Marco a un certo punto siamo usciti perché la quantità di candele probabilmente rende l'aria satura di monossido di carbonio che non è una delle cose più salubri del mondo. 

In ogni caso Santa Madre Chiesa con San Juan Chamula ha proprio una bella gatta da pelare.

 

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Abbiamo anche visitato la casa dell'autorità religiosa - un omino basso con un poncho bianco - che in questa sorta di polis ha un prestigio molto maggiore dell'autorità politica, e che su questa carica investe moltissimo, anche in termini di denaro suo proprio. La casa è quasi interamente occupata da un altare soppalcato con delle fresche frasche: ci hanno spiegato che simboleggiano i tre stadi dell'esistenza secondo i Maya, il periodo prima della nascita (il pavimento), la vita (l'altare) e il periodo dopo la morte (il soppalco). L'autorità religiosa fornisce le candele, gli idoli in terracotta e la grappa autarchica, e diventa il punto di riferimento di tutto il paese. La carica dell'autorità religiosa dura un anno e basta, ma dopo l'omino col poncho bianco diventerà una sorta di senatore a vita.

Dopo San Juan abbiamo visitato Zinacantàn, un altro villaggio popolato da un gruppo etnico con una forte identità. In più Zinacantàn è molto più evoluto e prospero, perché basa la sua economia non solo sull'agricoltura, ma anche sulla coltivazione specializzata di fiori (è possibile vedere nei dintorni una serie di serre, un po' come a Sanremo) e sull'esportazione di tessuti artigianali. A Zinacantàn siamo stati fortunati, perché abbiamo beccato uno dei tre giorni di festeggiamenti del santo patrono (San Lorenzo), quindi la chiesa (Iglesia de San Lorenzo) era completamente addobbata da composizioni floreali gradevolissimi, c'era una banda all'esterno, le bancarelle, i giochi e tutti gli uomini con poncho fiorato. Sia la chiesa che la banda erano abbastanza normali, niente rituali (che si praticano anche qui ma ognuno a casa propria) e niente musica inquietante tipo Jungle. Gli abiti tradizionali sono abbastanza simili a quelli di San Juan, ma gli uomini vestono ponchos a fiori - che richiamano la risorsa principale del paese - e che pare siano proporzionali all'amore della moglie che li ricama: più amore=più fiori, meno amore=meno fiori. Io però non ho visto nessuno con pochi fiori: si vede che a Zinacantàn ci si ama molto. Anche i cappelli sono piuttosto interessanti: sono rigidi a tesa larga e hanno delle specie di fettucce di vari colori che scendono dalla cima, rappresentano i raggi del sole e sono segno di distinzione.

Anche qui abbiamo visitato una casa, dove un gruppo donne di età tra i 5 e i 90 anni tessevano le colorate tovaglie di cotone. Ci hanno fatto vedere come fanno ed è molto interessante, non hanno telaio, semplicemente indossano una cintura legata a un albero e ci si appoggiano con la schiena tendendo i fili. Una tovaglia di medie dimensioni richiede circa venti giorni di lavoro manuale  Ci hanno anche gentilmente offerto delle tortillas, cucinate in una stanza con un fuoco a legna per terra e senza camino: anche qui il monossido di carbonio la faceva abbastanza da padrone e io e Marco abbiamo preferito defilarci. E' impressionante che ogni casa del paese ha a malapena i letti ma hanno tutti quanti la televisione.

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Siamo tornati a San Cristobal e ci siamo fatti una bella passeggiata. Marco si è mangiato otto chili di un piatto francamente mostruoso: los huevos motuleños, con pummarole piselli panna acida e crema caccona e ha deciso che per smaltire era necessario percorrere la città da un estremo all'altro a passo sostenuto tipo gioventù balilla.

Io mi sono anche comprata dei pantaloni assolutamente trendy a vita bassa e larghi in fondo per l'esorbitante cifra di 9 dollari americani.

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