CAMBOGIA

Ovvero, nemmeno Berlusconi riuscirebbe ad ottenere rendite interessanti da un grosso pantano fangoso…

Già sorvolando la Cambogia con il volo Bangkok – Siem Reap della Bangkok Airlines ci si può facilmente rendere conto che la Cambogia è in pratica un grande acquitrino, quando arriviamo a destinazione ne sperimentiamo in un pomeriggio le componenti fondamentali: vita in campagna tra bufali, risaie e villaggi di barche; temporale monsonico pomeridiano; mutilati e mendicanti (spesso le due cose contemporaneamente); sale massaggi e quartieri a luci rosse.

Leviamoci subito dai piedi i templi di Angkor così poi passiamo a parlare di cose più interessanti.
Tutto quello che c’è da sapere sui templi lo trovate su qualsiasi guida, vi aggiungo solo che noi gli abbiamo potuto dedicare solo un giorno ed abbiamo scelto la città fortificata di Angkor Thom (pesantissime camminate sotto il sole cocente), il tempio nella foresta di Ta Prohm (ci vive l’omino della copertina della Lonely Planet, presunto nonno di tutte le bambine che chiedono elemosine all’uscita dai templi) e – da ultimo – il monumentale Angkor Wat (dove ho apprezzato la religione locale una volta scoperto che il paradiso anche secondo loro dev’essere un posto pieno di gnocca).

Il villaggio galleggiante sul Ton Le Sap è un villaggio su barche che si sposta per chilometri e chilometri seguendo le contrazioni e le dilatazioni del lago con l’alternarsi delle stagioni delle piogge. Il Ton Le Sap in effetti non ha un immissario ma è bensì un’immensa pozzanghera fangosa e poco profonda che si crea raccogliendo l’acqua dei monsoni e che si ritira a dimensioni molto minori nella stagione secca.
Nel villaggio c’è tutto e – come dice il nome - è tutto galleggiante: la scuola galleggiante, la stazione di polizia galleggiante, l’arcinoto mercato galleggiante… forse un po’ più particolari possono risultarvi il porcile galleggiante o la sala da biliardo galleggiante.
Nel particolare gioco del Biliardo Cambogiano è fondamentale saper fare fronte all’effetto delle onde causate dal passaggio delle barche ed i giocatori migliori riescono a bilanciarlo con repentini colpi del bacino assestati nei momenti giusti e nei punti giusti. Pare che il campione di Cambogia sia un pelvico di 140 chili a cui la stecca risulta ostica ma che può contrastare il passaggio di una nave porta-container.
A parte gli scherzi il biliardo è uno degli sport nazionali del sudest asiatico e vi sconsiglio di trattare con sufficienza quella ragazzina quattordicenne che vedete in fondo al bar con una stecca in mano perché probabilmente, oltre ad avere molte cose da insegnarvi in tema di sesso, vi potrebbe pure dare una ripassata a carambola il che vi impedirebbe di presentarvi in qualsiasi osteria del mondo senza provare un forte senso di vergogna.

Note tecnico-nautiche: uno dei principali mezzi di trasporto di tutto il sudest asiatico sono le long-tail boats, evoluzione delle piroghe tradizionali in forma di lunghe imbarcazioni dal fondo piatto e dal pescaggio ridottissimo. Per meglio muoversi nei bassi fondali dei fiumi il motore è montato entrobordo ma l’albero di trasmissione esce da poppa per tre o quattro metri ed è basculante, in modo da tenere l’elica a pelo d’acqua o più in profondità secondo le necessità. Svantaggio fondamentale: l’enorme motore dallo scarico smarmittato fuma come un vulcano ed emette una quantità di decibel pari a quella di un boeing al decollo.
Il problema della Cambogia è l’inquinamento acustico e le long-tail boats le odio.

Capitolo mendicanti e mutilati: l’estrema miseria di questo paese - d’altronde nemmeno Berlusconi riuscirebbe ad ottenere rendite interessanti da un grosso pantano fangoso - porta alla proliferazione di mendicanti, molti dei quali bambini (tra i quali è interessante la versione da villaggio galleggiante con i bambini che vi raggiungono pagaiando in una tinozza).
A questo aggiungete che quel simpaticone di Pol Pot con i suoi Khmer Rossi ha pensato bene di minare qualsiasi posto dove un cambogiano potesse appoggiarvi un piede e pertanto una consistente fetta della popolazione ora si trova mutilata e/o accecata e/o sfigurata con l’unica prospettiva di vita legata all’elemosina. Non mi vengono termini migliori di “ansia” e “compassione” per descrivervi i sentimenti che ci ha suscitato questa situazione putroppo diffusissima.

Note per i viaggiatori.
Hotel: The Red Piano, discreto, a buon mercato.
Ristorante: The Red Piano Restaurant, pur essendo dello stesso proprietario non è esattamente il ristorante dell’hotel, si trova in un altro isolato ed è uno dei punti chiave per osservare dalle sue terrazze la “vita” di Siem Reap all’ora di cena.
Cose da fare: a Siem Reap ci si va per i templi di Angkor, a parte il villaggio galleggiante e le sale massaggi, onestamente c’è ben poco altro da vedere.
Un pomeriggio mi sono avventurato allo zoo (Ale non ci è voluta entrare) dove ho trovato una situazione simile a quella dei vecchi circhi: gli animali sono tenuti in gabbie troppo piccole e le loro biodiversità non sono proprio rispettatissime. Però ho potuto vederli davvero da vicino, ho potuto giocare con i gibboni e dar loro da bere, mi sono innamorato di un orsetto malese tenerissimo e sono rimasto affascinato per quanto sono eleganti i gatti pescatori. Insomma a me è piaciuto ma se siete degli animalisti convinti, di quelli che fanno dormire il cane nel letto anche a costo di confinarvi nella sua cuccia, allora ve lo sconsiglio.

Piccolo spazio pubblicità: il nostro amico Legn fa il taxista, è giovane, parla bene inglese, è preparato (sta aspettando di fare gli esami per diventare una guida turistica a tutti gli effetti), è molto disponibile, viene a prendervi all’aeroporto e vi porta dappertutto. E’ simpatico, sposato con un bimbo piccolo, conosce tutti, fa il bonariamente il filo a tutte e si da un sacco da fare per risolvervi ogni problemino che inevitabilmente incontrerete in un posto simile. Il suo cellulare è +85.512.48.43.10.

Ci siamo imbarcati dal villaggio galleggiante ed abbiamo viaggiato sul battello che discende il Ton Le Sap, un corso d’acqua al suo stato primordiale, più che un fiume una grossa alluvione che si muove senz’argini va dove vuole o dove può, fino a quando non si getta nel Mekong a Phnom Penh.

Nel corso di un viaggio capita sempre una giornata sfortunata, la nostra è stata oggi. Stamattina abbiamo dimenticato i biglietti del battello in camera e siamo riusciti a riverli appena in tempo solo perché un tizio si è scapicollato in motorino sullo sterrato per noi (ben retribuito ovviamente), poi ci siamo persi le borse per tutte le 7 ore di viaggio con conseguente ansia che ce le avessero rubate (pur essendoci imbarcati per ultimi stavano stranamente sotto tutte le altre). I contrattempi e la stanchezza ci hanno messi di umore pessimo, ulteriormente peggiorato dal bordello di presunti facchini, presunti tassisti, presunti procacciatori di alberghi e fancazzisti vari che ci hanno accolti sul pontile a Phnom Penh in un pomeriggio dalla temperatura infernale.
Ci ha salvati Thu (012.58.07.02), tassista vero con cui siamo stati a fare delle fototessera, all’ambasciata vietnamita per ottenere il visto, a comprare i biglietti del bus per Saigon di dopodomani e – con il simpatico intermezzo di una gomma bucata e sostituita mentre Ale si infilava a prendere il fresco inconsapevolmente in un salone di massaggi, ergo bordello – siamo infine arrivati all’albergo per svenire in un letto con aria condizionata. Il tutto in in meno di un’ora: grazie Thu!

Dire che il traffico di Phnom Penh è caotico non rende bene l’idea: è un immenso bordello di camion, autobus, taxi, auto, bici e miriadi di motociclette. Tubi di scappamento che fumano e clacson che suonano in continuazione, si superano da tutte le parti, spesso viaggiano in senso contrario. Il tutto senza soluzione di continuità, da quando viene luce a quando fa buio.
Attraversare una strada nel sudest asiatico è un esercizio di coraggio, tempismo, colpo d’occhio ed agilità che – prevedendo eventuali commenti –non è nemmeno paragonabile ai più frusti luoghi comuni sul traffico di Milano, Roma, Napoli, Bari, Palermo o Agrigento.

Vitto e alloggio: Il Foreign Correspondent Club sul lungomekong è assolutamente da consigliare sia come hotel che come ristorante, inoltre è anche un posto molto cool per un aperitivo in terrazza con vista sul fiume. Visto quanto eravamo ben sistemati ci siamo spostati poco, abbiamo però fatto in modo di provare Happy Herb Pizza, a due passi dal FCC, dove la “happy herb” che mettono sulla pizza è esattamente quella che state pensando. Del giorno successivo ricordo poco, sono stato impegnato a smaltire i postumi della pizza fino a metà pomeriggio, ho avuto la testa pesante ed ho bevuto litri di coca-cola, abbiamo visitato Tol Suong, ex-scuola ed ex-lager ora museo e Psar Thmei, il mercato nuovo della città.

Come deve sentirsi un uomo quando viene torturato a morte senza motivo da un bambino di dieci anni? Perché una persona deve essere ammazzata per una delle seguenti motivazioni: ha studiato più della quinta elementare, non sa usare correttamente una zappa, ha cenato con la sua famiglia? Perché i Khmer Rossi hanno deportato tutti nelle campagne ma contemporaneamente hanno seminato le campagne di mine antiuomo? Ma soprattutto Pol Pot…“polpott”… come è possibile che un tizio che decide darsi un nome simile riesca a concepire tutto questo male?
 

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